Quelle atteinte cruelle

« Qu’as-tu, Toinette, et de quoi pleures-tu? – Hélas! j’ai de tristes nouvelles à vous donner. – Hé quoi? – Votre père est mort. – Mon père est mort, Toinette ? – Oui, vous le voyez là. Il vient de mourir tout à l’heure d’une faiblesse qui lui a pris. – Ô Ciel! quelle infortune! quelle atteinte cruelle! Hélas! faut-il que je perde mon père, la seule chose qui me restait au monde; et qu’encore pour un surcroît de désespoir, je le perde dans un moment où il était irrité contre moi? Que deviendrai-je, malheureuse, et quelle consolation trouver après une si grande perte? […] ARGAN se lève.- Ah! ma fille. ANGÉLIQUE, épouvantée.- Ahy! – Viens. N’aie point de peur, je ne suis pas mort. Va, tu es mon vrai sang, ma véritable fille, et je suis ravi d’avoir vu ton bon naturel. – Ah! quelle surprise agréable, mon père. »
Le Malade imaginaire, III, 13

Le même enchaînement de péripéties est à relever dans

L’amor figliale de Jacopo Cicognini (1)
– le scenario napolitain de l’ « Avaritia » (2)

 

 


 

(1)

ALFONSO
Ahi caso acerbo ! Ahi fortuna aversa che mi serbasti in vita cosi funesto spettacolo ! Oh, più del core e della vita mia, oh mille volte più di me stesso amato e reverito padre ! Deh questo non mi è stato concesso, arrivati a questo ultimo vostro passaggio farvi nota che non ha mai verso di voi ho peccato nel vizio di infedeltà e di ingratitudine. Deh ricevete per ora questo tributo di amarissime lagrime e di ardenti sospiri e, se bene già discacciato da voi, ristai privo di ogni comodo e sovenimento, non per questo restero di dare al vostro corpo quel onorevole sepoltura che mi concedano le mie poche forze. Deh, signor Pandolfo mio, mentre ch’io resto alla guarda del cadavere, prendete, vi prego, il mio ferraoiolo, questo cappello e la mia spada che, pur sono di ragionevoli valuta, e fatemi grazia di dargli in vendita, acio con i danari che se ne troveranno io possa, poichè io non potetti in vita, dar quel segno di amore al mio defunto padre che mi vieta il mio infelice stato.

ZANOBI
Non è più tempo di fingermi quel che io non sono, è ben tempo che io mi lievi, Alfonso mio caro, e figliolo dilettissimo e che io t’abbracci.

ALFONSO
Ohimè, ohimè dunque era questa finzione ? Oh avventurato me, of felice inganno, oh mio caro e amato Padre e perchè darmi cosi cosi gran dolore ?
(III, 7)

 

(2)

Flaminio vede suo padre morto, lo piange e dopo suo lamento dice volerli fare il funerale, abbraccia il padre piangendo. Coviello s’alza e con spaventi ed allegrezza finiscono l’atto due.

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